Monday, February 19, 2018

Farejar o mundo


Dante era ainda muito pequeno quando escrevi um poema assim:

Dante acorda
Um cachorrinho cego
Fareja o mundo.


Não tinha e não tenho a intenção / pretensão que fosse um haikai, era apenas um poema de três versos. Tampouco sei direito o que quis dizer com aquilo. Apenas, parafraseando o Bob, escrevi o que me parecia correto.

De qualquer modo, não faz a menor diferença.

O que passa é que Dante, agora com seus nove anos e já entrando, para meu silencioso desespero, na puberdade, pôs-se de fato a farejar o prever chuvas, coisa que, dizem, cachorros muitas vezes fazem.

Na primeira vez estávamos eu e ele na piscina quando apareceu amigo meu. Dante dizendo o tempo todo que choveria. Por gestos, claro, que ele não fala a língua verbal articulada dos homens e tampouco a dos anjos. Intrigado com aquela insistência, meu amigo perguntou o que ele estava querendo dizer. Quando lhe respondi que era chuva, entreolhamo-nos e ele sorriu: não havia nuvem no céu.

Menos de uma hora depois, o amigo tendo ido fazer outra visita, no Leme, recebo dele mensagem: “Nossa! O Dante tinha razão!”. Chuviscava, eu e Dante já secos e vestidos, contemplativos observando.

A segunda vez foi na pracinha, no indefectível balanço. Ele feliz, porém ansioso, passando as mãos nos cabelos e fazendo barulho de chuva. A mãe de um amiguinho também ela perguntou.  A chuva veio em 15 minutos. Pegou a todos de surpresa.

Quase todos.

Por fim, quarta-feira passada, quarta-feira de cinzas – May the judgement not be too heavy upon us --, estávamos no play brincando de bicicleta (mais brincando que andando) quando os gestos começaram. Uma cigarra, rara no verão deste ano, começou quase simultânea. Não chove, velho – pensei.

A chuva veio de madrugada, na forma de dilúvio bíblico. Quando Dante a farejou, às 18:42, ela ainda se engordava nas cabeceiras da Serra dos Pretos Forros.

Quem cantou a pedra errada foi a cigarra.

Sei que você não acredita em nada disso. Não faz a menor diferença.

Crônicas Indianas VIII :: Os Poços de Escadas


Esta é uma das muitas coisas indianas que só se entende vendo, ou ao menos tem-se o início de alguma compreensão. Eu lia stepwell e me perguntava que diabos, um poço com degraus? Claro que eu poderia trapacear e guglar imagens. Resisti, mode guardar o susto.

Funcionou. Porque eu pensava well, well, bem, isso é poço, então imaginava aquela construção simples, redonda e obsoleta, onde atiramos moedinhas de costas e fazemos pedidos. Esqueci-me de que na Índia tudo é superlativo.

Chand Baori, na estrada Agra-Jaipur, é um dos mais espetaculares poços com degraus do Rajastão (e, por extensão, de toda a Índia?). Do século IX, cumpria mais do que a função de armazenar água naquela aridez, sendo também espaço de socialização e, claro, de religião. Percebe-se, em decorrência disso, uma preocupação estética: não apenas nas portas, nos pilares, nas estátuas, mas dir-se-ia que no própria estupenda geometria dos degraus. De deixar um Cortázar doido.






A guardiã do poço

Sunday, February 18, 2018

Herbert Pagani Escreve ao temer

Vampirão temer COM  a faixa presidencial

Assim como acontecera com o I Giganti, também a banda beat I Dik Dik, bafejada pela onda de vanguarda e experimentação que corria pelo Bel Paese, lançou um álbum dentro do estilo rock progressivo: o interessante Suite per una donna assolutamente relativa (1972). Quando comprei, ouvi muito, chapei. O tempo ajustou um pouco o parecer: um álbum muito válido, indeciso entre a canção italiana (que é o que faziam), melosa e datada, e o progressivo com ênfase nos teclados. Ousaram menos que I Giganti.

Mas o que me faz escrever esta postagem é que as letras são de Herbert Pagani, aquela artista múltiplo e inquieto, que teve trabalhos de arte comprados por Fellini, que ilustrou Admirável Mundo Novo, do Huxley, e compôs uma ópera. Morreu cedo.


Não sem antes legar-nos uma carta aos presidentes. Que cabe bem ao temer, ainda que este poltrão usurpador filho da puta sequer mal possa ser chamado de um.





Per quella schiuma bianca che copre i nostri fiumi
per tutti i nostri pesci che vanno a pancia in su
e per la primavera che cede i suoi profumi
al superdetersivo con i granelli blu.


E per i panni sporchi lavati troppo tardi
in certe lavatrici intorno al Quirinale
che puzzano d’inganni di sangue e di miliardi
mentre la lira scende ed il terrore sale.

Per tutta la violenza che scende nelle case
dai cieli crocefissi da antenne di tivù
quando non è di turno tra Cirio e Belpaese
il papa che consiglia: votate per Gesù.

Per l’urlo del pallone che vomita la radio
coprendo altre urla nei vostri mattatoi
prima che ci stendiate sull’erba di uno stadio
signori Presidenti grazie da tutti noi.

E bravi per le belle centrali nucleari
che tutti già paghiamo e che nessuno vuole
e che circonderete di mille militari
finché non metterete un contatore al sole.

Bravi per la giustizia, che se non tace, giace
per la rivoluzione che ha i piedi gonfi e siede
e per aver ridotto la libertà e la pace
a tristi prostitute che fanno il marciapiede

Bravi per le colombe costrette a fare i falchi
perché vendete armi al meglio compratore
e per i vostri amori imposti ai rotocalchi
perché la gente creda che voi c’avete un cuore

Io vi ringrazio ancora e me ne vado adesso
la musica era bella e le parole no
ma il mondo è bello e voi ne avete fatto un cesso
e finché ci sarete, così io canterò”.
Per quella schiuma bianca che copre i nostri fiumi
Per tutti i nostri pesci che vanno a pancia in su
E per la primavera che cede i suoi profumi
Al superdetersivo con i granelli blu.

E per i panni sporchi lavati troppo tardi
In certe lavatrici intorno al Quirinale
Che puzzano d'inganni di sangue e di miliardi
Mentre la lira scende ed il terrore sale.

Per tutta la violenza che scende nelle case
Dai cieli crocefissi da antenne di tivù
Quando non è di turno tra Cirio e Belpaese
Il papa che consiglia: votate per Gesù.

Per l'urlo del pallone che vomita la radio
Coprendo altre urla nei vostri mattatoi
Prima che ci stendiate sull'erba di uno stadio
Signori Presidenti grazie da tutti noi.

E bravi per le belle centrali nucleari
Che tutti già paghiamo e che nessuno vuole
E che circonderete di mille militari
Finché non metterete un contatore al sole.

Bravi per la giustizia, che se non tace, giace
Per la rivoluzione che ha i piedi gonfi e siede
E per aver ridotto la libertà e la pace
A tristi prostitute che fanno il marciapiede

Bravi per le colombe costrette a fare i falchi
Perché vendete armi al meglio compratore
E per i vostri amori imposti ai rotocalchi
Perché la gente creda che voi c'avete un cuore

io vi ringrazio ancora e me ne vado adesso
La musica era bella e le parole no
Ma il mondo è bello e voi ne avete fatto un cesso
E finché ci sarete, così io canterò.

Altri testi su: http://www.testimania.com/testi/testi_herbert_pagani_10107/testi_other_32050/testo_signori_presidenti_346983.html
Tutto su Herbert Pagani: http://www.musictory.it/musica/Herbert+Pagani
Per quella schiuma bianca che copre i nostri fiumi
Per tutti i nostri pesci che vanno a pancia in su
E per la primavera che cede i suoi profumi
Al superdetersivo con i granelli blu.

E per i panni sporchi lavati troppo tardi
In certe lavatrici intorno al Quirinale
Che puzzano d'inganni di sangue e di miliardi
Mentre la lira scende ed il terrore sale.

Per tutta la violenza che scende nelle case
Dai cieli crocefissi da antenne di tivù
Quando non è di turno tra Cirio e Belpaese
Il papa che consiglia: votate per Gesù.

Per l'urlo del pallone che vomita la radio
Coprendo altre urla nei vostri mattatoi
Prima che ci stendiate sull'erba di uno stadio
Signori Presidenti grazie da tutti noi.

E bravi per le belle centrali nucleari
Che tutti già paghiamo e che nessuno vuole
E che circonderete di mille militari
Finché non metterete un contatore al sole.

Bravi per la giustizia, che se non tace, giace
Per la rivoluzione che ha i piedi gonfi e siede
E per aver ridotto la libertà e la pace
A tristi prostitute che fanno il marciapiede

Bravi per le colombe costrette a fare i falchi
Perché vendete armi al meglio compratore
E per i vostri amori imposti ai rotocalchi
Perché la gente creda che voi c'avete un cuore

io vi ringrazio ancora e me ne vado adesso
La musica era bella e le parole no
Ma il mondo è bello e voi ne avete fatto un cesso
E finché ci sarete, così io canterò.

Altri testi su: http://www.testimania.com/testi/testi_herbert_pagani_10107/testi_other_32050/testo_signori_presidenti_346983.html
Tutto su Herbert Pagani: http://www.musictory.it/musica/Herbert+Pagani
Per quella schiuma bianca che copre i nostri fiumi
Per tutti i nostri pesci che vanno a pancia in su
E per la primavera che cede i suoi profumi
Al superdetersivo con i granelli blu.

E per i panni sporchi lavati troppo tardi
In certe lavatrici intorno al Quirinale
Che puzzano d'inganni di sangue e di miliardi
Mentre la lira scende ed il terrore sale.

Per tutta la violenza che scende nelle case
Dai cieli crocefissi da antenne di tivù
Quando non è di turno tra Cirio e Belpaese
Il papa che consiglia: votate per Gesù.

Per l'urlo del pallone che vomita la radio
Coprendo altre urla nei vostri mattatoi
Prima che ci stendiate sull'erba di uno stadio
Signori Presidenti grazie da tutti noi.

E bravi per le belle centrali nucleari
Che tutti già paghiamo e che nessuno vuole
E che circonderete di mille militari
Finché non metterete un contatore al sole.

Bravi per la giustizia, che se non tace, giace
Per la rivoluzione che ha i piedi gonfi e siede
E per aver ridotto la libertà e la pace
A tristi prostitute che fanno il marciapiede

Bravi per le colombe costrette a fare i falchi
Perché vendete armi al meglio compratore
E per i vostri amori imposti ai rotocalchi
Perché la gente creda che voi c'avete un cuore

io vi ringrazio ancora e me ne vado adesso
La musica era bella e le parole no
Ma il mondo è bello e voi ne avete fatto un cesso
E finché ci sarete, così io canterò.

Altri testi su: http://www.testimania.com/testi/testi_herbert_pagani_10107/testi_other_32050/testo_signori_presidenti_346983.html
Tutto su Herbert Pagani: http://www.musictory.it/musica/Herbert+Pagani

Quase compramos uma cítara :: Crônicas Indianas VII



Num dos muitos bazares de Déli entramos na loja de instrumentos: pequena e entulhada. O vendedor amável foge à regra ao não querer empurrar-nos cítaras, tampuras e sarods goela abaixo. Paciente, aproveita para ensinar, teoria e prática.

Depois descobrimos que a santa cidade de Varanasi é ideal para a aquisição de uma cítara e, com efeito, esbarramos em lojas de instrumentos e escolas de música quase com a mesma frequência com que esbarramos em vacas e em cadáveres a caminho do Ganges.

Aí, Camila, que ficara quieta em Déli, enfia na cabeça que quer uma cítara, ideia tão despropositada e desregrada quanto maravilhosa. As visitas às lojas se amiúdam, aliás, agora já há mesmo mais lojas que vacas. Camila senta, conversa, indaga, ajeita os lindos instrumentos em seu colo e sonha, mas aí dá-se cousa curiosa: invertemos os papeis. Como escrevi, ela, geralmente o Sancho Pança do casal, sonha; eu, não raro o cavaleiro desmiolado, pondero. As cítaras, as tampuras, os sarods, os surbahares queimam-nos as mãos, as vozes melífluas dos vendedores / luthiers nos confundem: levem logo (ou também) uma elétrica, todos que compram uma cítara acústica depois voltam para a elétrica.

A visão da cítara linda a pegar poeira no alto do nosso guarda-roupa, porém, é um choque de realidade. Pior: imaginar o sufoco que passaríamos nos aeroportos, onde teríamos que enfrentar a diabólica burocracia indiana, é o soco de realidade que faltava. Que infelizmente faltava.











Saturday, February 17, 2018

Nos Quarenta Anos do Amor de Índio



Aquele louco infeliz (e que tanta infelicidade causou) Charles Manson ouvia o Álbum Branco com a certeza de que os Beatles estavam se comunicando com ele. Eu tinha certeza semelhante, e que as analogias parem por aí, quando eu ouvia "Luz e Mistério" e "O medo de amar é o medo de ser livre": Beto Guedes está se comunicando comigo, eu devo superar a timidez e conquistar a Estrela da Manhã, epíteto que inventei para a Fatinha, colega de turma que tanto bouleversou comigo no 3o ano do Ensino Médio.

Claro, trata-se de identificação tão comum em arte, quando se percebe que sentimentos às vezes confusos e difusos estão ali tão claramente expressos.

Para todos os efeitos, Amor de Índio (1978), segundo disco de Beto Guedes, foi das coisas que mais ouvi naqueles 1985, 1986.

O disco envelheceu muito bem, ao contrário do próprio Alberto de Castro Guedes: quase uma coletânea, de tantos clássicos. Além das duas citadas que ele compôs para mim: a faixa-título, "Feira Moderna", "Gabriel", "Novena", "Só Primavera". Para fechar, a indefectível música de seu pai: "Cantar". Todas maravilhosas.

Beto, então com 27 anos, para além de escrever a maioria das canções, canta, toca violão, guitarra, bandolim, baixo e bateria. E tem a little help from some friends: o Milton, o Toninho, o Wagner. Difícil que desse errado. Não deu.

Oh! meu grande bem
Só vejo pistas falsas
É sempre assim
Cada picada aberta me tem mais
Fechado em mim

És um luar
Ao mesmo tempo luz e mistério
Como encontrar
A chave desse teu riso sério?


Friday, February 16, 2018

Was kostet das Eisen? :: Crônicas Indianas VI






Quanto custa a lenha? É preciso queimar, o mais rapidamente possível, o morto. A quantidade da lenha dependerá do tamanho do corpo, ora inerte à espera do fogo e, uma vez cinza, da água que o libertará para sempre da samsara. A qualidade dependerá do poder aquisitivo da família do corpo: da mais comum e barata mangueira ao sândalo. Esquisito? Não se dá algo parecido com os caixões?

Cerca de 300 quilos de madeira. Cerca de 300 cremações diárias. Cremações que acontecem ali, no Manikarnika Ghat, há coisa de 3.000 anos.

Tudo fica a cargo dos Doms, uma subcasta dos intocáveis, que carregam nas costas e na alma o peso do opróbio de terem nascido assim. Dizem que os pais Doms choram quando lhes nasce um filho. Só eles podem tocar os corpos, supervisionar a cremação, quebrar-lhes os ossos para que esta se dê a contento. Acreditam ser a morte contagiosa e ninguém quer morrer. O parente mais próximo do morto, do sexo masculino, desempenha algumas partes do ritual, como espalhar almíscar sobre o corpo e, depois, acender a pira. As mulheres ficam de fora da área de cremação. Emotivas, podem chorar e 'atrapalhar tudo'. As mulheres também elas a carregar nas costas e na alma o opróbio de terem vindo ao mundo mulheres. Imagine as mulheres Doms. Woman is the slave to the slaves, the slave of the slaves.

Agora, para todos os efeitos, os Doms estão a cavaleiro da situação e podem aproveitar-se disso. Aproveitam-se. São acusados de extorquir o valor cobrado da madeira. Vimos o palácio de um deles à beira do Ganges. Se o pagamento não é integral, a madeira não é suficiente e algumas partes ficam por queimar. Imagine: um pé direito em meio às cinzas. Talvez melhor não imaginar Os mais pobres, sem dinheiro para a madeira, usam apenas estrume de vaca.

De longe se vê a fumacinha








Proibido tirar fotos. Estes poucos registros foram de dentro do Ganges. Proibidos anyway.

Thursday, February 15, 2018

Asia Minor ::: Perdido num Sonho



Redescobri esta joia turca, turco-francesa que canta em inglês, nesta semana de carnaval.

Sei que a Turquia tem uma forte cena psicodélica, sobre a qual já vi até filme. Tenho um CD por aqui que nunca me impressionou muito.

Mas este Between Flesh and Divine, do difícil ano de 1980, impressiona pela qualidade do prog sinfônico. Que soa também um bocado como neoprog, o que faria deles um dos precursores do estilo. Script for a Jester's Tear, clássico do Marillion, viria apenas três anos depois.

"Lost in a Dream Yell" tem um dos solos de flauta mais bonitos



Crônicas Nepalesas IV : Crianças

Bhakatapur : a paixão pelo críquete


Dura é a vida das crianças pobres nepalesas, principalmente das meninas. São lindas as meninas e as que conhecemos pareceram-nos determinadas e cheias de vida. Os meninos, inteligentes. Têm a vida dura, como é dura a vida de crianças pobres mundo afora, mas com algumas características próprias, ainda que não exclusivas.

Todo ano de 10 a 15 mil meninas são arrastadas para a escravidão ou semi-escravidão, seja ela doméstica, sexual ou em fábricas. Dalals vendem por 2.500 dólares uma menina para um prostíbulo em Mumbaim. Depois que contraem AIDS, ainda meninas ou já mulheres, são rechaçadas por suas comunidades de origem.

Em algumas áreas muito tradicionais, não é incomum a venda de meninas, de 7 a 10 anos, para trabalharem como kamlaris, servas em lares das castas / classes altas.

A ONG Nepal Youth Foundation tem colocado em prática maneiras de lidar com essas questões. Que, se por um lado são o corolário de uma péssima distribuição de renda, por outro pertencem a certas tradições de castas que nós mal compreendemos.

Fotos de Kathmandu, Patan e Bhaktapur.








Wednesday, February 14, 2018

Dois Filmes Cazaques



Tirei de letra o longo voo Madri-Pequim (me recuso a chamar de Beijing) que atravessa simplesmente toda a Rússia: durmo, leio, converso, escrevo, durmo, olho para o banco da frente sem único pensamento na cabeça, durmo mais um pouquinho. Assisto a filmes.

Não sei como anda a oferta de filmes nas companhias aéreas, mas um hurra! à Air China que nos oferece duas produções cazaques: Tulpan (2008) e O Anjo Ferido (2016), ambos excepcionais. Poderiam, como sói acontecer em países infelizmente considerados periféricos, carregar na cor local. Não o fazem. Mas percebe-se fácil que o Cazaquistão está todo ali. E quem não irá querer se demorar naquelas estepes depois de assisti-los?

Tulpan tem um final feliz. Ou quase. A cena em que Asa, o jovem pretendente orelhudo, faz juras de amor a uma mula, sem o saber, é sensacional. Não é digna de Oscar porque essa bobajada de Oscar é que não é digna dela.

O Anjo Ferido é perturbador do início ao fim. Obra-prima.





Crônicas Nepalesas III :: Livrinhos em Nepalês




No Nepal a grande diversidade de grupos étnicos reflete-se, por óbvio, nas línguas e dialetos falados: entre 24 e 100. A lingua franca é o então chamado nepalês, embora menos da metade da população o fale como primeira língua. O alfabeto utilizado é o lindo devanágari, o que pode levar a analfabetos precipitados como nós confundi-lo com o híndi ou marata.

Dois livrinhos comprados em Thamel, onde, a propósito, esbarramos com mais livrarias do que em Nova Déli ou Jaipur.

O do elefantinho é lindo porque inteiramente em nepalês, sem essa de traduzir para o inglês.

O bilíngue nepalês-inglês também é lindo porque trata do vendedor de chapéus, o dhaka topi, que eu comprei certa tarde inesquecível em Kathmandu. Pagando, claro, o dobro do preço, para desespero da Camila que percebeu que eu estava sendo engambelado.








Tuesday, February 13, 2018

Crônicas Nepalesas II : O Poderoso Raksi



Também o Nepal tem o seu aguardente poderoso, que atende pelo nome de raksi. Basicamente um destilado de arroz, como o saquê, também pode ser feito a partir do painço. Embora não seja envelhecido, usa-se muita madeira durante o processo de destilação. Muito bebido em festas religiosas. Os nepaleses que não querem esperar por elas dizem que a bebida em si é já uma razão para celebrar. Pode ser. De qualquer modo, será um gosto adquirido. Em restaurantes costuma ser vertido a partir de uma grande altura em um pequeno pires, como a cidra nas Astúrias.

Deixa a Everest leve, leve. E assim nos leva às alturas.





Crônicas Indianas V :: A beleza chega com o cumprimento de uma vida



Em 1982 Jean-Claude Carrière e Peter Brook foram convidados a conhecer, em um centro de danças de Madras, a conhecida dançarina e coreógrafa Rukmini Devi. Enquanto a esperavam, Carrière perguntou a alguém como ela era. A resposta foi:

-- She's very beautiful.

Ela tinha então 81 anos.

Isso fez com que Jean-Claude considerasse:

Uma forma de expressão nunca deixa de surpreender: os indianos, homens e mulheres, falam naturalmente da beleza das mulheres idosas. Podemos dizer que uma jovem é bonita, atraente, pretty, nice-looking. Raramente dizemos que ela é bela. A beleza só chega com a idade, com o cumprimento de uma vida. A beleza é uma qualidade que é merecida e adquirida. Não cai do céu nem é fundamentalmente perecível, como entre nós. Isso torna menos difícil a tarefa de envelhecer?

Ah, e quando Rukmini Devi enfim apareceu, Jean quedou-se impressionado com sua beleza:

Vestida com uma roupa de algodão claro, com os longos cabelos brancos até a cintura, os olhos negros, ela não fazia nada para esconder sua idade. Não usava nenhuma maquiagem e ao andar se apoiava em uma bengala. Mas era como uma luz penetrando no lugar onde estávamos.


PS: As duas fotos são da Camila. São de nepalesas, mas creio que o texto se aplica também.